Il complesso corte Giulini – cascina Anna

Il complesso abitativo delle Corte Giulini, nota anche come “La Ca’ Rusa” e della vicina cascina Anna, (Ca’ Mata) oggi profondamente modificata dalla ristrutturazione che l’ha interessata,  sono opere dell’ultima fase in cui la famiglia Giulini-Casati,  completò, con spirito innovativo la  riorganizzazione  delle attività legate ad uno sfruttamento razionale delle risorse agricole di cui disponeva.

C_SantannaFurono costruite tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento. La realizzazione della prima fu opera di Anna Giulini, nell’arco di tempo compreso tra l’anno  in cui eredita la sua parte di proprietà, nel 1871 e gli anni 1880-81 in cui sappiamo la Corte Giulini completamente edificata. L’adiacente cascina Anna è invece costruita, dagli eredi conti Casati, i fratelli Giorgio, Agostino Alfonso  e Rinaldo, che sono rimasti orfani della madre morta nel 1883. In suo onore i figli chiameranno la nuova cascina con il nome della madre, Anna. Sarà  il Parroco don Carlo Fantoni che cam­bierà il nome da “Anna” a “Sant’ Anna”.

Le due costruzioni presentano, tra loro, molteplici analogie.
La corte Giulini è caratterizzata da un maestoso porticato costituito da archi policentrici, in cui i pilastri realizzati in mattoni ed intonacati, sono protetti, dalla risalita dell’umidità del terreno, da un alto basamento realizzato da un blocco monolitico di ceppo.
La naturale prosecuzione in altezza del porticato è costituita dal loggiato del primo piano chiamato anche “lugiòn”  con parapetti in ferro,  pavimentato con pianelle in cotto e coperto dal terzo piano, dotato di un corridoio centrale su cui si affacciano sia sul lato corte che sul retro le camere da letto.
L’ampio porticato, rivolto a sud, oltre a riparare dalla pioggia lo spazio di lavoro antistante le abitazioni, fungeva da riparo per i prodotti agricoli. Garantiva altresì, la protezione dal sole estivo e consentiva d’inverno, ai raggi solari di colpire la facciata dell’edificio fornendo un poco di tepore.

Corte Giulini

Corte Giulini

I solai del porticato e del loggiato hanno la medesima fattura, realizzata con travature in legno a vista
La costruzione è completata dal  tetto a padiglione, realizzato dunque a quattro falde.

Il corpo di fabbrica delle abitazioni in origine presentava, un impianto modulare dato da un susseguirsi di ambienti uguali, equamente suddivisi tra le famiglie, ad ogni nucleo era assegnato un locale al piano terreno, dove si trovava la cucina con il focolare, mentre al piano superiore completava la dotazione la stanze con i letti.

Una scala a doppia rampa contrapposta, con pianerottolo intermedio è collocata in posizione centrale ad interrompe la successione delle singole cellule abitative. La stessa sale al piano superiore dove, attraverso un’apertura totale del vano scala, immette nel loggiato, che da accesso alle stanze da letto.
Lo stabile posto dunque  sulla direttrice Est-Ovest si affaccia sull’ampio cortile attraversato dalla strada che lo separa dalle stalle, oggi profondamente rimaneggiate. Quest’ultime erano costruite nettamente staccate dalle abitazioni in virtù di una nuova sensibilità igienica nei confronti delle condizioni di vita dei contadini. Il lato delle stalle seguiva lo stesso schema, delle abitazioni, suddivisi in unità modulari, assegnate ciascuna ad una famiglia: al piano terra, la stalla e nella parte superiore il fienile, aperto verso la corte e protetto da grigliati a croce sul retro.
Le due cascine rappresentarono, al tempo dell’edificazione, il punto estremo d’evoluzione della corte pluriaziendale, che si raggiunse verso la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento, con fabbricati a tre piani mediante l’uso di muratura totalmente in mattoni. Un sistema costruttivo legato anche alla necessità di una richiesta accresciuta di vani d’abitazione, dovuta ad un generale incremento demografico. In questa prospettiva il terzo piano, quello dei mezzanini, loca­li bassi dapprima con funzioni agricole, furono ben presto, data la mancanza cronica di case, utilizzati come residenza. Senz’altro non trascurata fu l’esigenza di curare un’attività, quella della produzione della seta, che sappiamo importante per la Brianza e particolarmente sentita dai Giulini-Casati che attraverso gli anni avevano dato vita ad una vera e propria filiera che dalla nascita del baco conduceva alla lavorazione della seta greggia. Un occhio di riguardo era stato posto anche nella realizzazione dei due citati complessi produttivo-abitativi, dotandoli di locali di una certa altezza per favorire l’allevamento dei bachi da seta, che potevano contenere  “castelli” su cui allevare i bachi,  più alti che garantivano una maggiore quantità di prodotto finale.
Come abbiamo visto la maggior parte delle caratteristiche costruttive furono ripetute anche per la cascina Anna, che si differenziava dalla corte Giulini in alcuni particolari. Tra questi la completa apertura del portico, quando nella Giulini lo stesso e il loggiato, sono chiusi ai due estremi da unità abitative. Il terzo piano differiva per la struttura chiusa della corte Giulini a cui si contrapponeva un ulteriore loggiato, noto anche col nome di  “lugiét nella cascina Anna. Quest’ultima infine esaltava un’ulteriore valenza estetica nell’uso del mattone, per realizzare un porticato e il loggiato  con pilastri ed archi ribassati in mattoni a vista e con corsi decorativi, sempre in mattoni sporgenti o ruotati di 45°.
Buona parte di questi attributi sono stati cancellati dai lavori di ristrutturazione.
La demolizione delle stalle e la costruzione al loro posto di una fila di case a schiera, e appartamenti, la creazione di una ingombrante rampa carraia per scendere ai box interrati nella corte, la parziale occupazione ed il frazionamento di logge e porticati, ha modernizzato si, ma senzaltro compromesso l’originalità del complesso.
Ritorniamo alla corte Giulini dove, considerando la caratteristica di edificio dedicato all’agricoltura e all’allevamento, ritroviamo sotto il porticato  differenti immagini di Santi, che ogni cascinale possedeva. Rozzamente dipinte, apprezziamo le immagini dei tre protettori principali della comunità: la Madonna (protettrice universale), San Sebastiano (protettore del bestiame) e San Giobbe (protettore dei bachi da seta).
Queste presenze oltre ad essere punto di riferimento per i contadini che dovevano fare i conti con un’esistenza difficile e sempre sull’orlo del baratro e dunque cercavano qualche sollievo rivolgendosi a queste figure, segnavano, altresì, attraverso la loro ricorrenza lo scorrere di un preciso calendario che scandiva le attività lavorative dei contadini stessi.

 LA COLTIVAZIONE DEL BACO DA SETA

Nel Vimercatese la coltivazione del gelso bianco ebbe inizio nel Cinquecento e raggiunse il momento di massima diffusione circa due secoli dopo quando gli alberi di gelso presenti nelle campagne del Vimercatese erano decine di migliaia.
SajoppSmallLe foglie di gelso costituivano l’alimento per i bachi da seta i cui allevamenti erano presenti in ogni cascina della Brianza dell’epoca, i bozzoli

prodotti venivano poi venduti alle filande del Lecchese e del Comasco, dove l’industria della seta è ancor oggi fiorente.
Maggio era il mese dedicato all’allevamento dei bachi da seta (i cavaleè in dialetto). Per le campagne era tutto un via vai di contadini e donne che raccoglievano gerle piene di rami e foglie di gelso con le quali nutrire i bachi da seta. Gli animaletti erano posti su tavole di legno ricoperte da grandi foglie di carta, tavole poste in appositi locali, spesso quelli più caldi e protetti della cascina.
L’allevamento dei bachi era tuttaltro che privo di rischi, si tratta infatti di insetti molto delicati, sensibili sia alle malattie che agli sbalzi di temperatura e pertanto i contadini dell’epoca elessero ben presto un Santo protettore dei bachi da seta: San Giobbe (Sajopp in dialetto).
San Giobbe in realtà non è un Santo vero e proprio ma solo un personaggio biblico. L’iconografia descrive la proverbiale pazienza di Giobbe, un uomo di fede profonda, fede che satana cerca di far vacillare ma senza successo. Tante le prove cui Giobbe viene sottoposto dal demonio, come quando gli venne inflitta una malattia terribile, tanto da provocargli piaghe su tutto il corpo da cui fuoriescono vermi. La fantasia popolare avrebbe trasformato quei vermi in bachi da seta eleggendo Sajopp a loro protettore.
Verso fine Ottocento si diffuse una epidemia (epizoozia) dei bachi che colpì in modo particolare la Brianza. In breve tempo l’allevamento dei bachi venne abbandonato del tutto ed i gelsi tagliati per fare nuovamente spazio ai campi coltivati.