IL VIALE DEL MONGORIO E LA MONTAGNOLA

Agli inizio dell’800, il principe Rinaldo Belgioioso iniziò un’opera di modernizzazione delle strade poderali esistenti all’interno dei suoi possedimenti situati tra Camparada, Velate e Rogoredo. Le strade di campagna vennero pavimentate con il tipico acciottolato per renderle meglio percorribili dai carri e dalle carrozze dell’epoca.
In modo particolare il nobile si occupò di costruire un grandioso viale alberato, il viale del Mongorio, che dalla Villa Belgioioso conducesse alla cascina Mongorio e di qui, salendo ancora, alla collina più alta di tutta la zona, la Montagnola, alta 297 m sul livello del mare.
Ma il principe non si fermò qui, volendo riaffermare ulteriormente la ricchezza del suo casato ed il potere incontrastato nella zona, chiese per vezzo di far alzare la collina di ‘almeno 3 m’ per portarla a superare i 300 m, rendendola di fatto il rilievo più alto di tutta la zona.
Ancora oggi salendo per la strada di campagna in acciottolato si giunge alla sommità della Montagnola dove appaiono evidenti i segni del lavoro dell’uomo compiuto per rialzare artificialmente la sommità della collina dei fatidici 3 metri.

 


 

 

 

 

 

 

 



Dalla cima del colle si gode di un panorama unico: Montevecchia, il Resegone, la Grigna, il Monte San Genesio. Un panorama che non doveva lasciare indifferenti nemmeno gli appartenenti alla casa Savoia. Si narra che i nobili sabaudi amassero fermarsi sulla cima della Montagnola per riposarsi ed ammirare il panorama nel tragitto che dalla villa reale di Monza li portava spesso in visita di cortesia alla villa Belgioioso di Velate, divenuta nel frattempo residenza della famiglia Casati Stampa.
Sulla sommità del rilievo artificiale vennero installati un tavolo di pietra e delle panchine proprio per consentire una sosta piacevole ai nobili del luogo che secondo la tradizione amavano talmente il luogo da farne la meta obbligata di ogni gita primaverile
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LA COLTIVAZIONE DEL BACO DA SETA

Nel Vimercatese la coltivazione del gelso bianco ebbe inizio nel Cinquecento e raggiunse il momento di massima diffusione circa due secoli dopo quando gli alberi di gelso presenti nelle campagne del Vimercatese erano decine di migliaia.
Le foglie di gelso costituivano l’alimento per i bachi da seta i cui allevamenti erano presenti in ogni cascina della Brianza dell’epoca, i bozzoli prodotti venivano poi venduti alle filande del Lecchese e del Comasco, dove l’industria della seta è ancor oggi fiorente.
Maggio era il mese dedicato all’allevamento dei bachi da seta (i cavaleè in dialetto). Per le campagne era tutto un via vai di contadini e donne che raccoglievano gerle piene di rami e foglie di gelso con le quali nutrire i bachi da seta. Gli animaletti erano posti su tavole di legno ricoperte da grandi foglie di carta, tavole poste in appositi locali, spesso quelli più caldi e protetti della cascina.
L’allevamento dei bachi era tuttaltro che privo di rischi, si tratta infatti di insetti molto delicati, sensibili sia alle malattie che agli sbalzi di temperatura e pertanto i contadini dell’epoca elessero ben presto un Santo protettore dei bachi da seta: San Giobbe (Sajopp in dialetto).
San Giobbe in realtà non è un Santo vero e proprio ma solo un personaggio biblico. L’iconografia descrive la proverbiale pazienza di Giobbe, un uomo di fede profonda, fede che satana cerca di far vacillare ma senza successo. Tante le prove cui Giobbe viene sottoposto dal demonio, come quando gli venne inflitta una malattia terribile, tanto da provocargli piaghe su tutto il corpo da cui fuoriescono vermi. La fantasia popolare avrebbe trasformato quei vermi in bachi da seta eleggendo Sajopp a loro protettore.
Verso fine Ottocento si diffuse una epidemia (epizoozia) dei bachi che colpì in modo particolare la Brianza. In breve tempo l’allevamento dei bachi venne abbandonato del tutto ed i gelsi tagliati per fare nuovamente spazio ai campi coltivati.